Le parole sono importanti, ed è importante anche il peso che decidiamo di dare loro.
Come dico spesso, le lingue modellano il nostro modo di pensare e di agire. Cambiare una parola, soprattutto quando quella parola serve a definire una tecnologia che sta entrando in quasi ogni ambito della nostra vita, può cambiare molto più di un'etichetta.
Sabato 19 settembre 2026 Donald Trump ha pubblicato su Truth Social e su X un sondaggio in cui proponeva di sostituire Artificial Intelligence con Superior Intelligence (SI), Extreme Intelligence (EI) o Supreme Intelligence (SI). Secondo lui il nome attuale è inaccurate e very ineloquent, mentre le tre alternative sarebbero una descrizione molto più elegante e accurata di questo nuovo fenomeno. Ha poi chiesto ai suoi follower di votare.
Nelle prime ore hanno votato decine di migliaia di persone, con Superior Intelligence in testa intorno al 40 per cento su entrambe le piattaforme.
Va detto che nessuna delle tre opzioni permetteva di tenere artificial. Si votava fra tre aggettivi che parlano tutti di quanto vale quella cosa, e ha vinto il comparativo. Dovendo scegliere, la maggioranza ha scelto l'aggettivo che ci mette un gradino sotto.
La domenica Trump ha tolto una delle tre opzioni e ha riaperto il voto sulle due rimaste. Ci torno alla fine, perché quel dietrofront è proprio interessante.
Dal punto di vista linguistico, quello che mi interessa è che i quattro aggettivi non stanno facendo lo stesso lavoro.
Artificial, nel sintagma Artificial Intelligence, è un aggettivo classificatorio e relazionale. Serve a dirci di che tipo di intelligenza stiamo parlando e, in particolare, qualcosa sulla sua origine. In inglese artificial indica ciò che è prodotto dall'uomo e non è naturale. In italiano artificiale funziona praticamente allo stesso modo.
Pensiamo a artificial light, luce artificiale. Artificial heart, cuore artificiale. Artificial lake, lago artificiale.
In nessuno di questi casi l'aggettivo stabilisce se quella luce, quel cuore o quel lago siano migliori o peggiori dei loro equivalenti naturali. Ci dice semplicemente che sono prodotti artificialmente.
La parola artificiale può avere, sia in italiano sia in inglese, anche altre sfumature. Un sorriso artificiale può essere un sorriso forzato, poco spontaneo. Un comportamento artificiale può sembrare costruito. Quella sfumatura esiste, ed è registrata anche nei dizionari, però non è quella attivata automaticamente dall'espressione intelligenza artificiale. Qui l'aggettivo ha una funzione classificatoria. Identifica una categoria.
Ed è anche per questo che la trovo una parola molto precisa.
Artificial Intelligence non ci dice quanto sia intelligente un sistema. Non ci dice se sia migliore di noi, peggiore di noi o capace di superarci in una determinata attività. Tiene separate due questioni che nel dibattito pubblico finiscono spesso per confondersi. Una riguarda la natura del sistema. L'altra riguarda le sue capacità.
Un sistema può essere artificiale e molto limitato, oppure artificiale e straordinariamente efficace. L'aggettivo continua a funzionare in tutti e due i casi.
Quella precisione non è un caso fortunato. L'espressione artificial intelligence compare per la prima volta nella proposta di finanziamento che John McCarthy, con Marvin Minsky, Nathaniel Rochester e Claude Shannon, scrisse nell'estate del 1955 per il seminario di Dartmouth dell'anno successivo, considerato l'atto di nascita della disciplina.
L'anno in cui artificial intelligence viene messa nero su bianco per la prima volta, in una richiesta di fondi
Proposta per il Dartmouth Summer Research Project on Artificial IntelligenceMcCarthy ha raccontato più volte di aver scelto quel nome per prendere le distanze dalla cibernetica di Norbert Wiener, che all'epoca era il contenitore naturale di quel tipo di ricerca. Voleva un'etichetta nuova per un campo che ancora nessuno sapeva definire con esattezza.
Il risultato è un'espressione che, settant'anni dopo, regge ancora. Dice da dove viene la cosa e lascia aperta la discussione su quanto valga. Ogni volta che qualcuno ha provato a sostituirla, dalla cibernetica al cognitive computing, l'alternativa è finita per convivere con lei senza mai rimpiazzarla.
Appena passiamo a superior, extreme o supreme, entriamo in un campo semantico completamente diverso.
Superior è un termine comparativo. In inglese conserva molto chiaramente l'idea di qualcosa che si trova sopra qualcos'altro per qualità, grado, posizione o valore. Il Cambridge Dictionary lo definisce come "migliore della media o migliore di altre persone o cose dello stesso tipo".
Dire Superior Intelligence apre quindi immediatamente una domanda.
Superiore a cosa?
O, ancora più precisamente, superiore a chi?
All'intelligenza umana media? A quella di un singolo individuo? Ai migliori esseri umani in una determinata disciplina? Ai sistemi precedenti? In tutte le attività cognitive o soltanto in alcune?
Il termine artificial non ha bisogno di questo confronto per funzionare. Superior sì. Si porta dietro una relazione gerarchica anche quando il secondo elemento del confronto rimane sottinteso.
Extreme introduce un'altra idea ancora. Rimanda al limite, al punto più lontano, a qualcosa portato a un grado molto elevato. Possiamo parlare di extreme heat, extreme poverty, extreme danger. L'aggettivo segnala intensità, distanza dalla norma, una condizione che si spinge verso un'estremità.
Per questo Extreme Intelligence suona già più come una formula promozionale che come una categoria tecnica. Ci suggerisce un'intelligenza fuori scala o portata a livelli eccezionali. Anche qui perdiamo l'informazione sull'origine e guadagniamo, al suo posto, una valutazione di grado.
È lo stesso meccanismo che vedo tutti i giorni quando un'azienda mi chiede di rendere più forte il nome di un prodotto. Aggiungere un aggettivo che promette qualcosa è facile, poi però quella promessa resta attaccata al nome per anni. Ne ho scritto in modo abbastanza brutale raccontando un caso di naming italiano andato storto.
Poi c'è supreme.
Supreme e supremo indicano ciò che occupa il livello più alto. Supreme authority è l'autorità massima. Supreme commander è il comandante al vertice. In italiano parliamo di bene supremo, potere supremo, giudizio supremo.
Supreme Intelligence è quindi l'espressione semanticamente più carica delle tre. Non introduce soltanto un confronto. Colloca quell'intelligenza al vertice della gerarchia.
E qui arriva la parte che non avrei saputo inventare. Domenica 20 settembre Trump ha annunciato di togliere Supreme Intelligence dal sondaggio. La motivazione che ha dato è che quella formula stava perdendo nettamente contro le altre due, probabilmente per la sua relazione con la Corte suprema. Nel frattempo una parte del suo pubblico più religioso protestava per un motivo simmetrico, perché l'unica intelligenza suprema è Dio.
Chiunque avesse ragione sul motivo, il meccanismo è lo stesso. Supreme era già occupata. Si portava dietro un tribunale, una teologia e una gerarchia, e quel bagaglio è arrivato tutto insieme alla parola. Nel giro di ventiquattro ore la proposta è stata corretta proprio da chi l'aveva fatta.
Artificial descrive la provenienza o la natura di qualcosa. Superior, extreme e supreme cominciano invece a dirci quanto vale, quanto è potente o dove dovrebbe essere collocata rispetto ad altro.
Sembra un cambiamento piccolo perché riguarda un aggettivo. In realtà sposta tutto il quadro.
| Espressione | Che cosa dichiara | Che cosa lascia aperto |
|---|---|---|
| Artificial Intelligence | Che il sistema è costruito | Quanto sia capace, e rispetto a chi |
| Superior Intelligence | Che sta sopra qualcos'altro | Sopra chi, in quali attività, con quali prove |
| Extreme Intelligence | Che è portata a un grado altissimo | Su quale scala, misurata come |
| Supreme Intelligence | Che occupa il vertice | Chi ci sta sotto, e perché dovremmo accettarlo |
Se parliamo di Artificial Intelligence, lasciamo aperta la questione del livello delle sue capacità. Un sistema può superare un essere umano in un benchmark e fallire miseramente in una situazione banale, e l'aggettivo continua a funzionare lo stesso.
Se la chiamiamo Superior Intelligence, la superiorità entra direttamente nel nome. Se la chiamiamo Supreme Intelligence, il nome contiene già una gerarchia e assegna a quella tecnologia il posto più alto.
E le parole, quando diventano nomi, fanno una cosa molto potente. Rendono familiari certe idee. Le ripetiamo, le abbreviamo, le usiamo senza ogni volta rimetterle in discussione. A forza di chiamare qualcosa "superiore", quella superiorità rischia di smettere di sembrare una tesi da dimostrare e di diventare semplicemente una caratteristica implicita dell'oggetto.
È lo stesso motivo per cui insisto tanto sul modo in cui raccontiamo questi strumenti ai clienti. Quando una tecnologia viene descritta come superiore per definizione, diventa molto più difficile discuterne i limiti, il costo e i casi in cui semplicemente non serve. Su questo ho fatto due conti in chiave di budget parlando del costo nascosto dell'IA per chi decide, e ho raccontato cosa succede alla qualità dei testi quando ci si affida allo strumento senza governarlo in perché i testi scritti con l'IA finiscono per somigliarsi tutti.
Ed è questo che trovo enorme in una proposta che, a prima vista, potrebbe sembrare soltanto una questione di naming.
Possiamo discutere per ore dei limiti del termine intelligenza artificiale. Possiamo discutere perfino della parola intelligenza, che apre un altro gigantesco problema semantico, ma Artificial, nel suo significato più semplice, continua a fare bene il suo mestiere. Ci ricorda che stiamo parlando di sistemi costruiti.
E forse, proprio mentre diventano sempre più potenti, sofisticati e presenti nella nostra quotidianità, ricordarcelo attraverso le parole che usiamo non è affatto un dettaglio.
Il 19 settembre 2026, con un sondaggio pubblicato su Truth Social e su X, ha proposto tre alternative a Artificial Intelligence: Superior Intelligence (SI), Extreme Intelligence (EI) e Supreme Intelligence (SI). Ha definito il nome attuale inesatto e poco eloquente e ha presentato le tre opzioni come una descrizione più elegante e accurata. Non ha proposto di abbandonare la sigla AI, ha proposto di cambiare quello che le lettere rappresentano.
John McCarthy, nella proposta di finanziamento scritta nel 1955 insieme a Marvin Minsky, Nathaniel Rochester e Claude Shannon per il seminario estivo di Dartmouth del 1956. McCarthy ha spiegato in seguito di aver coniato quel termine anche per smarcarsi dalla cibernetica di Norbert Wiener e dal suo peso accademico.
Il 20 settembre 2026 Trump ha annunciato di eliminare quell'opzione e di riaprire il voto fra le due rimaste. La motivazione dichiarata è che Supreme Intelligence stava perdendo nettamente, probabilmente per la sua relazione con la Corte suprema. In parallelo una porzione del suo pubblico religioso aveva contestato l'espressione sostenendo che l'unica intelligenza suprema sia Dio. In entrambe le letture il problema è lo stesso: la parola era già occupata da altri significati.
Scrivo e traduco in italiano, spagnolo e inglese, e scelgo ogni aggettivo sapendo che cosa si porta dietro. Raccontami il tuo progetto e vediamo insieme cosa serve davvero.
ParliamonePer questo articolo ho usato assistenti di intelligenza artificiale nella verifica delle fonti e nella revisione del testo. L'analisi, le scelte di scrittura e la responsabilità editoriale di quello che leggi sono mie.
Fonti principali
Il testo del post e i primi risultati del sondaggio sono ripresi da Gizmodo e da Benzinga, 19 e 20 settembre 2026. Il ritiro dell'opzione Supreme Intelligence e la citazione di Trump sono documentati da Raw Story, 20 settembre 2026. Per le definizioni, Cambridge Dictionary e Vocabolario Treccani. Per l'origine del termine, la proposta del Dartmouth Summer Research Project on Artificial Intelligence del 1955.